Terraferma: la pellicola che fa tremare la terra (e le coscienze)


Premessa.
In diverse occasioni mi sono chiesta se fosse giusto o meno scrivere di alcune cose in questo spazio. Dopo attente considerazioni, ho sempre concluso in favore di un blog spensierato, senza gli appesantimenti del vivere quotidiano, delle cattive notizie. Non è sempre stato facile obbligarmi a questo silenzio; un silenzio lontano dalla superficialità e vicino, piuttosto, al pudore. Penso che per trattare di certe cose, semplicemente bisognerebbe avere lo sfondo giusto.
Oggi è uno di quei giorni dove mi risulta difficile non scrivere quanto mi preme, così in un certo modo lo faccio usando gli strumenti che qui ho ritagliato per me.


Terraferma (2011) è il premiatissimo film diretto da Emanuele Crialese. La storia racconta il dramma dell'emigrazione sullo sfondo di Linosa (Pelagie). Gli attori (Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Mimmo Cuticchio, Martina Codecasa, Filippo Pucillo, Tiziana Lodato, Claudio Santamaria, Timnit T., Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Robel Tsagay Abraha)  hanno dato il meglio nella loro interpretazione, affiancanti dalle semplici famiglie di pescatori del luogo.

Quello che colpisce è la ripetuta attenzione sulle mani: mani che aiutano altre mani e mani che non aiutano altre mani, che rinnegano gli altri e, di riflesso, la propria umanità. Superba la fotografia di Fabio Cianchetti, già dai primi secondi, con il mare visto dal profondo e le reti dei pescatori in primo piano, quasi a rappresentare una prigionia che il mare detta. Altrettanto intense le musiche e i suoni del mare che rapiscono con un rumore sincopato, come se vestissero gli stessi colori della paura che batte in petto ad un uomo, a qualsiasi uomo in preda ai propri guai.

Uno dei momenti più intensi? Nella sua semplicità, quello in cui la famiglia di Filippo siede a tavola insieme ai clandestini (terribile definizione che piace a molti, ndr) ospitati. In silenzio consumano gli spaghetti; ecco, quello stare insieme dinnanzi ad un simbolo immediato della nostra cucina ricorda (forse anche ai più ottusi) che noi italiani siamo gente ospitale, che è un vanto esserlo; ci racconta che basta un gesto per essere più vicini e più simili.

Nella pellicola si mette in evidenza quanto non sia neppure scontato sentirsi appartenenti alla stessa nazionalità che fa rima con cultura. Città come Venezia, Milano, Torino possono sembrare un mondo lontano anni luce a chi vive in una piccola isola del sud Italia, ignorata dal mappamondo. Una distanza che fa male più delle altre,  forse perché si ci illude di essere italiani tutti alla stessa maniera, ed invece. Invece "esistono distanze che si possono dire e non contare" scomodando Erri De Luca.

In Terraferma viene descritta la mia gente, semplice e diretta nell'arrivare al sodo con quel siciliano stretto. Quelle verità dette così, sic et simpliciter, dove non c'è posto per teorie e logicità frutto di studi lontani dall'esperienza, dalla vita vissuta, dal problema che è lì: sotto al naso.

Uno di quei film che rivedi ed è capace di provocare la pelle d'oca puntuale nelle stesse immagini; a nulla vale conoscerle già, sapere cosa arriverà da lì a pochi istanti dopo, anzi tutto viene amplificato di volta in volta, come se i particolari si svelassero allo spettatore pezzo dopo pezzo. 
Le immagini scorrono tra drammi diversi e che comunque accomunano, tra turisti intenti al proprio divertimento e a non pensare, pronti a scattare qualche squallida fotografia ricordo anche dinnanzi al dramma, e che peggio, delegano le proprie colpe, superficialità, impermeabilità ad altri (ma gli altri chi?). Poi, come un colpo di coda, arriva una sana umanità dai più deboli, impegnati già per la propria sopravvivenza. Quell'umanità che non ha nulla in comune con gli eroi (che a dirla tutta nemmeno servono); quell'umanità che avverte tutte le paure come un terremoto sotto la pelle, e tuttavia, dopo qualche inconfessabile errore sceglie di fare la cosa giusta. 

Cos'è giusto o meglio "tu, cosa faresti"?
Sembra avanzare quest'urgente interrogativo per tutto il film.
Forse, è mettersi in gioco quando si ha la certezza di avere qualcosa (o tutto) da perdere, ma anche non voltarsi dall'altra parte sarebbe già un buon punto di partenza.


4 commenti:

  1. l'altra sera, ho rivisto con molto piacere questo film. la cosa che più mi ha disturbata è stato riproporlo in occasione di (secondo il tempismo italiano).
    non avevo proprio pensato al focus sulle mani, ma piuttosto ho visto due mondi a confronti, tra i turisti e gli immigrati. La scena, infatti, che mi ha fatto rabbrividire di più, è stata, prima il gruppo ammassato sulla barca e poi, l'inquadratura dalle acque del tuffo in mare dei turisti intenti a bagnarsi nell'azzurro bellissimo. e da qui, il barcone degli immigrati e il tuffo in mare pieno di disperazione e di speranza.

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    1. Ti dirò, a me non ha disturbato quello.
      L'ho rivisto per la terza volta e mi trascina tutte le volte. Affronta con gli strumenti giusti un tema dov'è facile scivolare in facili buonismi vuoti e privi di vero significato. L'ho trovato molto più idoneo di qualche stupido speciale condotto da Vespa, o da altri, con tanto di faccina di circostanza.

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  2. Non ho mai visto questi film, come non ho visto buona parte dei film che sarebbe giusto vedere. Spesso è anche una scelta, decisamente egoista, un bisogno di staccarmi da queste realtà tristi che ci vengono buttate all'ora di pranzo dai tg.
    Quando sarò più tranquilla anche io, a livello personale, probabilmente deciderò ogni tanto di concedermi la visione di qualcosa così, impegnativo proprio perchè tanto reale.

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  3. Lo segno.. Ma come scrive Alessandra qui sopra, anche io sono restia a guardare questi film, anzi, queste realtà che mi fanno stare male.. Non credo sia una forma di superficialità, ma proprio di egoismo, una sorta di protezione che ho verso me stessa..
    Bacio :)

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